giovedì 16 maggio 2013

Toilet Cleaning Management

Ho speso venti minuti a domandarmi se questo annuncio editoriale di Guerini fosse un pesce d'Aprile con un mese e mezzo di ritardo.
TOILET CLEANING MANAGEMENT
Una dirompente strategia manageriale
di Hidesaburō Kagiyama
Guerini e Associati
In libreria dal 2 maggio 
Da umile venditore ambulante a presidente di un’azienda di successo.
È la storia di Hidesaburō Kagiyama.
Dopo un’infanzia dura e in assoluta povertà Hidesaburō Kagiyama lascia la famiglia e si trasferisce a Tokyo. Nel 1963 inizia la sua faticosa e solitaria avventura come venditore ambulante. Da allora sono trascorsi 50 anni, più e più volte si è trovato sull’orlo del fallimento e non si possono contare le volte in cui è stato deriso, ignorato, preso in giro e si è sentito un miserabile.
Nonostante ciò, Kagiyama non ha mai perso la speranza nella vita. A chi volesse avere la ricetta del successo, risponde con semplicità: “Penso che lo debba al fatto che ho continuato, con perseveranza e coerenza, la pulizia dei bagni.”.
Kagiyama, classe 1933, oggi presidente della Yellow Hat, una multinazionale di successo, è un uomo schivo e modesto. Nella prefazione al “Toilet cleaning management”, edito per la prima volta in Italia da Guerini e Associati, afferma con estremo candore “Personalmente non ho alcuna competenza superiore a quelle degli altri. Non ho neanche un’abilità speciale negli affari, né una particolare scaltrezza. A essere franco, anche nelle relazioni, mi trovo a disagio e non ritengo di avere alcuna forma di leadership. Non trovo nessun’altra ragione, perché una persona mediocre come me sia riuscita a continuare le attività di business fino ad oggi, al di fuori del fatto che attraverso la pulizia dei bagni ho perseverato, in un modo quasi impossibile a tutti, nel compiere ciò che chiunque può fare”.
Sembra che il libro esista davvero, anche se non sono riuscito a trovare nessuna Yellow Hat che abbia come presidente un Hidesaburō Kagiyama. Comunque il pulitissimo autore presenterà l'opera presso la Solving Efeso, in via Vincenzo Monti 47, Milano, alle 18 di martedì prossimo (21 maggio). Devo essere in quella zona per una riunione, cercherò di fare un salto anche alla presentazione. Sto meditando di chiedere al presidente Kagiyama di firmarmi un autografo su un rotolo di carta igienica.

mercoledì 15 maggio 2013

Knowing when to quit separates winners from losers

"Knowing when to quit separates winners from losers. Those who spend years pursuing lost causes can waste their lives. Others who leave gracefully and move on understand that the world is full of opportunities, and know that sheer stubbornness for its own sake is foolish" (Luke Johnson, "Walking away is often the best option", Financial Times).

venerdì 10 maggio 2013

La segretaria scaltra

Oggi pomeriggio ho visitato la mostra "Che Storie! Oggetti, miti e memorie dai musei e dagli archivi d’impresa". E' piccola, è gratuita, è un'occasione per vedere il sottovalutatissimo Palazzo della Ragione di Milano e raccoglie materiali rari sulla storia dell'industria italiana che sono usualmente dispersi in archivi storici e musei aziendali. Il taccuino con il bordo rosso su cui Ermenegildo Zegna scriveva a mano i costi dei prodotti. Il modello 1:1 in legno del frontale della Giulietta Alfa Romeo. La vecchia bici di soccorso dei pompieri.
Il pezzo che mi è piaciuto di più è l'opuscolo "La segretaria scaltra", che l'azienda Olivetti pubblicò nel 1955 per l'istruzione delle impiegate. Purtroppo sta in una teca e ho potuto fotografare solo un paio di pagine, che trascrivo. Vi si scorge il sogno di Adriano Olivetti di un capitalismo gentile, l'innegabile buon senso dell'anonimo autore, ma anche il bisogno degli uomini di ogni epoca di ammaestrare le donne.
"La muraglia cinese
E' la segretaria, l'invalicabile muraglia che sta fra il mondo e il principale.
Spetta a lei il compito di difenderlo dalla telefonata inutile, dai seccatori, da quelli che non ama vedere. Attenzione però a discernere quelli che non lo sono.
Una volta individuati gli importuni, bisogna allontanarli con molto tatto, senza offenderli. Chiudere l'uscio al loro primo apparire, in modo che le loro dita rimangano schiacciate, può essere un modo spiccio per far capire le nostre intenzioni, però non è né utile, né umano.
Anzitutto non è detto che chi è importuno oggi, domani non possa diventare bene accetto; ma anche se così non fosse non è bello infierire contro i nostri simili quando per qualsiasi ragione vengono a bussare alla nostra porta. 
Nessuno è indispensabile
Tutti siamo sostituibili. Se la segretaria penserà questo spesso, le sarà più facile non assumere un tono altero, ingiustificato in ogni caso.
Non sarebbe certamente un segno di buon gusto essere gentile col principale e trattare gli altri con una certa ruvidezza.
Chi è vicino ai superiori ha una posizione di responsabilità (e quindi in fondo di privilegio); per questo è più esposto, più osservato e naturalmente più soggetto alle critiche.
Se anche ad un certo momento la segretaria potrà convincersi che è molto apprezzata, non lo faccia pesare, gli altri gliene saranno grati.
Bisogna in un certo senso farci perdonare di essere in una posizione di privilegio, anche se ciò è in relazione ai nostri meriti."

giovedì 9 maggio 2013

"E salutami Gino!"

Congedo dell'attrice Giovanna Mezzogiorno da un dirigente di Medecins sans Frontières. Riferita dal dirigente stesso. In Italia l'organizzazione umanitaria francese ha il problema di essere confusa con Emergency, un equivoco spiacevole in periodo di cinque per mille.

Orso che non si sente più quello di una volta


Foto di Sergey Gorshkov | SOLENT.

mercoledì 8 maggio 2013

Albert Hirschman merita ancora di essere letto

Per me il vecchio modello "voce o uscita" di Albert Hirschman rimane l'esempio ideale di come uno scienziato sociale possa spiegare vaste aree della vita collettiva con concetti semplici. A tal fine occorre che lo scienziato sociale abbia un cervello e faccia la fatica di cercare questi concetti, invece di dedicarsi a meccaniche analisi di regressione che gli garantiranno la pubblicazione nei journal migliori e una vita serena in un'ottima università.
Albert Hirschman è morto l'anno scorso. E' uscita da poco la sua biografia, cui Cass Sunstein dedica una lunga recensione sulla New York Review of Books. Il riassunto dei libri principali di Albert Hirschman mi fa venire voglia di leggermeli tutti e quattro:
"Hirschman is principally known for four remarkable books. The most influential, Exit, Voice, and Loyalty (1970), explores two ways to respond to unjust, exasperating, or inefficient organizations and relationships. You can leave (“exit”) or you can complain (“voice”). If you are loyal, you will not exit, and you may or may not speak out. The Passions and the Interests (1977) uncovers a long-lost argument for capitalism in general and commercial interactions in particular. The argument is that trade softens social passions and enmities, ensuring that people see one another not as members of competing tribes, but as potential trading partners. Shifting Involvements (1982) investigates the dramatically different attractions of political engagement and private life, and shows how the disappointments of one can lead to heightened interest in the other. For example, the protest movements of the 1960s were inspired, at least in part, by widespread disappointment with the experience of wealth-seeking and consumption, emphasized in the 1950s.
Finally, The Rhetoric of Reaction (1991) is a study of the reactionary’s tool kit, identifying the standard objections to any and all proposals for reform. The objections are “perversity” (the reform will make the problem even worse), “futility” (the reform will do nothing to solve the problem), and “jeopardy” (the reform will endanger some hard-won social gain). Hirschman shows that these objections are stupefying, mechanical, hyperbolic, and often wrong. In 1845, for example, the historian Jacob Burkhardt deplored the rise of democracy and the expansion of the right to vote on the ground that he did not “expect anything from the despotism of the masses but a future tyranny, which will mean the end of history.”" (Cass Sunstein, "An Original Thinker of Our Time").

lunedì 6 maggio 2013

Provare le scarpe in negozio e comprarle online

Si sta diffondendo la prassi antipatica dei clienti di provare le scarpe nei negozi e poi acquistarle a prezzo più basso su internet.
"Worried shopkeepers are increasingly frustrated by people they dub “fit-lifters” who use stores to find the best-fitting shoes before buying them online at a lower price [...].
Gary Weiner, owner of Saxon Shoes in Virginia and a board member of the National Shoe Retailers Association, said shoe-sellers were “very concerned” about fit-lifting.
“We also hear ‘My mother sent me in to get my size fitted so she can buy them online’. Those exact words,” he said. “We’re a polite people. So we give them the time of day.”
Asked if he had considered refusing, he said: “We think about it every single time. Do we say it? No. You can’t say it out loud.”" (Financial Times, "Shoe stores sock it to online buyers")
La prassi è antipatica perché il cliente approfitta di un servizio utile che il negoziante gli fornisce nella speranza di una vendita. Se state obiettando che le scarpe nei negozi costano troppo, e che bisogna rallegrarsi che i dettaglianti online le vendano a prezzi più bassi, considerate che i negozi fisici hanno prezzi più alti perché hanno costi più alti, e ce li hanno in parte proprio perché hanno mura, commessi e assortimenti in magazzino che vi mettono a disposizione per provarvi le scarpe.
Oltre che antipatica, questa prassi è inefficiente, dato che chi sostiene il costo del servizio (il negozio fisico) è diverso da chi riceve il beneficio (il dettagliante online). Intuite che in simili situazioni il mercato fornisce il servizio in quantità minori dell'ottimo sociale; nel caso estremo, i dettaglianti online faranno fallire i negozi fisici e il servizio sparirà del tutto, con la conseguenza che indosseremo scarpe troppo strette, troppo larghe o sprecheremo tempo a rispedire ai dettaglianti online le scarpe fuori misura.
Possibili soluzioni:
  1. i negozi fisici potrebbero chiedere ai clienti di pagare la prova delle scarpe; un precedente è la stilista cinese Vera Wang, che chiedeva alle spose di pagare 500 dollari per la prova dell'abito, per evitare che poi se lo facessero confezionare uguale uguale da qualche sarta privata; 
  2. il governo potrebbe tassare il commercio online e trasferire una parte dei proventi ai negozi fisici in forma di sconti fiscali;
  3. i negozi fisici potrebbero rifiutarsi di vendere le scarpe dei produttori che le distribuiscono ai dettaglianti online, o più semplicemente specializzarsi in scarpe artigianali o di marche poco note, che in genere i clienti non si fidano di acquistare online;
  4. i negozi fisici potrebbero acquistare produttori di scarpe, una strada impraticabile per i piccoli commercianti ma non per le catene; di nuovo, più semplicemente il settore potrebbe evolvere verso grandi dettaglianti integrati che producono e vendono le loro scarpe (come Aldo), controllando sia il canale fisico sia quello online.

domenica 5 maggio 2013

In qualche luogo, in questo momento, Leibniz sorride

Leggo che l'instancabile fisico Lee Smolin ha pubblicato un nuovo libro di teorie che non hanno alcun supporto empirico ma possono affascinare il largo pubblico. Una di queste teorie è copiata pari pari dalla Monadologia di Leibniz:
"He goes on to propose a variety of revolutionary ideas to codify further his notion of “real time.” In one, he suggests that every atom in the universe is causally connected to every other atom in the universe, no matter how many light-years away. According to his notion, the failure of standard quantum mechanics to predict the behavior of individual atoms arises from the fact that it does not take into account the vast numbers of interconnections extending across the universe" (New York Times, "Resetting the Clocks, ‘Time Reborn,’ by Lee Smolin").

sabato 4 maggio 2013

Angela Merkel: ho imparato a parlare con una voce profonda

Angela Merkel e le due giornaliste
di Brigitte. La cancelliera sembra
mimare un gesto minaccioso.
Ieri la cancelliera tedesca Angela Merkel si è concessa qualche confessione pubblica con due giornaliste della rivista Brigitte. Niente di clamoroso: "dormo molto una volta alla settimana", "mio marito parla poco di sé", "in un uomo mi piacciono gli occhi", "quando cucino mi scordo di essere cancelliera". Il pezzo più interessante è sulla voce:
Cosa ha imparato dagli uomini, prevalenti in politica? "Ho imparato molto dagli uomini", risponde lei. "Per esempio, quanto sia importante parlare con un tono profondo e basso di voce". Per darsi autorevolezza e rispetto, ovviamente. Per cui, lei dice subito, "adesso mi capita di usare più spesso toni profondi e non voci in tonalità alta, quando mi rivolgo alla gente" (La Repubblica, "Berlino, lo show della Merkel a teatro").
Gli studi confermano che i toni profondi (nelle donne e negli uomini) aiutano a fare colpo sugli altri. Ne scrivevo pochi giorni fa.
Credo che la Merkel abbia imparato da Margaret Thatcher, non dagli uomini. Alla fine degli anni Settanta i consiglieri della futura lady di ferro le chiesero di modificare la sua voce, che giudicavano troppo acuta (Daily Mail, "How Laurence Olivier gave Margaret Thatcher the voice that went down in history"). Un istruttore del National Theatre di Londra le impartì un programma di rieducazione al termine del quale la voce dell'alunna era più bassa di 46 hertz, più o meno a metà strada fra una media voce maschile e una media voce femminile. Poco dopo la Thatcher vinse le sue prime elezioni nazionali.
Il caso è celebre e ho trovato facilmente su YouTube questo video.

venerdì 3 maggio 2013

Scene di vita

Foto di David Guttenfelder (Associated Press)
Kaesong (Corea del Nord), 23 aprile 2013. Un vigile presidia il centro di un incrocio senza traffico urbano.

Pomposità giovanili

Forse ispiro troppa deferenza, ma molti studenti mi scrivono in un italiano pomposo e ottocentesco, che ricorderebbe lo Zibaldone di Leopardi  se non fosse per l'incompetenza lessicale degli autori. Esempi recenti:
  • "La ringrazio molto e Le chiedo venia per il tardo avviso"
  • "Se riterrà opportuno avere bisogno di altro, non stenti a contattarmi ancora"
  • "La ringrazio per la disponibilità verso la mia persona"
Per ora questi studenti sono una minoranza ma noto una crescita inquietante.

giovedì 2 maggio 2013

Nuova tecnologia di riconoscimento delle immagini svela che la gente calcola male i tempi di attesa in coda

Se la folla al reparto gastronomia del supermercato vi scoraggia dal fermarvi a comprare il prosciutto fresco o altre delicatezze, e ripiegate su tristi prodotti nelle buste, spesso è perché siete troppo pessimisti sulla lentezza della coda.
Management Science sta per pubblicare una ricerca sugli effetti delle code sui clienti. Gli autori hanno studiato un supermercato in "una grande area metropolitana dell'America Latina" (si intuisce che è Santiago del Cile). Il reparto gastronomia di questo supermercato usa il tipico sistema della coda unica, servita da una quantità variabile di commessi e assistita da numerini nelle ore di punta. Gli autori hanno sfruttato la tecnologia di riconoscimento delle immagini di Scopix Solutions, un'azienda californiana, che conta automaticamente i clienti in coda:

Foto Scopix Solutions

Una telecamera di Scopix Solutions ha scattato un'istantanea ogni 30 minuti nel supermercato di Santiago durante l'intero orario di apertura (dalle 9 del mattino alle 9 di sera), ogni giorno per sette mesi. Gli autori ne hanno tratto circa 5.000 osservazioni sulla lunghezza delle code. Un'altra telecamera ha registrato con la stessa tecnologia quanti commessi servivano ogni coda.
Gli autori hanno accoppiato questi dati con gli acquisti di delicatezze del reparto gastronomia, come risultavano dagli scontrini delle casse del supermercato.
Lo scopo dello studio era calcolare quanto le code scoraggino i clienti dal fermarsi a un reparto. In teoria, lo scoraggiamento dovrebbe essere una funzione di quanto il cliente teme di aspettare. Al contrario, i dati hanno rivelato che i clienti reagiscono soprattutto alla lunghezza della coda, senza molta cura per il tempo prevedibile di attesa, che dipende anche da quanti commessi li stanno servendo.
L'effetto non è lineare ma giusto per fare un esempio gli autori hanno trovato che:
  • ridurre la coda da 12 a 6 clienti aumenta la probabilità di acquisto del 5%;
  • aumentare i commessi da 1 a 2 commessi aumenta la probabilità di acquisto dello 0,9%.
Il risultato è paradossale perché i tempi di attesa si dimezzano in entrambi i casi.
Questa scoperta è in linea con gli studi psicologici che dicono che ciò che vediamo (la folla in coda) decide le nostre azioni prima che la riflessione (un calcolo all'ingrosso dei tempi di attesa in ragione della coda e dei commessi) abbia tempo di aiutarci. Pensieri lenti e veloci di Daniel Kahneman è dedicato in gran parte a questo fenomeno.
Implicazioni: molte aziende già usano la regola di aggiungere un commesso quando la coda supera una certa lunghezza. Questo studio suggerisce loro di usare dove possibile anche le code separate (una fila per ogni commesso, come le casse del supermercato), perché sono più corte della coda unica. E' noto però che le code separate generano attese più lunghe, come prova questa animazione. Si arriva così al paradosso ulteriore che le aziende dovrebbero preferire il metodo di gestione delle code con le attese più lunghe per evitare che i clienti fuggano per non dovere aspettare troppo tempo.
Limitazioni: non è detto che lo studio sia replicabile in altri settori commerciali o in paesi diversi. Può essere che i cileni e i popoli latini detestino le code ma altre nazioni siano meno insofferenti. Vengono in mente gli inglesi, di cui si dice che formino file ordinate di una persona anche quando sono da soli.

Lu, Y., Musalem, A., Olivares, M., & Schilkrut, A. (2013). Measuring the Effect of Queues on Customer Purchases. Management Science. DOI: 10.1287/mnsc.1120.1686

mercoledì 1 maggio 2013

Cane sbalordito


Foto di Susanna Vera | REUTERS.

Tragedia di Dacca: è come leggere un libro di Roberto Saviano

La stampa internazionale continua a investigare sui retroscena della tragedia di Dacca, dove i morti si avvicinano a 400. Oggi un articolo del New York Times ricostruisce la carriera del signor Sohel Rana, il mafioso locale che ha costruito il palazzo crollato su terreni sottratti ai loro proprietari con la violenza e la collusione dei politici della città ("The Most Hated Bangladeshi, Toppled From a Shady Empire"). Come molti mafiosi, il signor Sohel Rana ha usato strumenti immorali per proporre ottimi affari ad aziende legali che sono disposte a chiudere gli occhi.
"Bangladesh initially sought to attract foreign investment by creating special Export Processing Zones, which had higher quality buildings and tighter regulations. But as demand from foreign buyers rose, factories began sprouting across the country, including quickly built structures to accommodate the small operators who did subcontract work on tight margins.
By 2011, Mr. Rana had rented out the existing five floors and gotten a permit from the local mayor, a political ally, to build additional floors. Mr. Khan, the former mayor, said this practice created serious risks, since officials were handing out permits, often for bribes, without insisting on the necessary safeguards.
“For the garment industry, Savar grew quickly, and in an unplanned manner,” he said. “There are so many buildings like Rana Plaza in Savar.”
Mr. Rana found factory owners to rent his new upper floors and appeared to be gaining in influence. Then on April 23, a problem arose. Workers on the third floor were stitching clothing when they were startled by a noise that sounded like an explosion. Cracks had appeared in the building. Workers rushed outside in terror.
By late morning, Mr. Rana’s representatives had brought in Abdur Razzaque Khan, an engineer. Taken to the third floor, Mr. Khan examined three support pillars, and became horrified at the cracks he found.
“I became scared,” Mr. Khan said. “It was not safe to stay inside this building.”
He rushed downstairs and told one of Mr. Rana’s administrators that the building needed to be closed immediately. But Mr. Rana was apparently not impressed; he was holding court with about a dozen local journalists.
“This is not a crack,” he said, according to Shamim Hossain, a local newspaper reporter. “The plaster on the wall is broken, nothing more. It is not a problem.”
But it was. The next morning, Rana Plaza collapsed. Mr. Rana managed to escape from his basement office, but was eventually discovered hiding near the Indian border. He was flown by helicopter to Dhaka and thrust before the news media, looking dazed and disheveled.
Neither Mr. Rana nor a representative was available for comment. He has previously said it was the factory owners who insisted on opening for business the day of the collapse, and several of the owners have been arrested, as was Mr. Rana’s father.
Even now, many people in Savar remained unconvinced that Mr. Rana will be punished, or that his style of business will be cleaned up. “Rana is not the only one,” said Mr. Sarkar, the man whose land was taken. “Now, we have so many Ranas.”
Non posso trattenermi dal copiare anche la foto che accompagna l'articolo: raffigura il signor Rana condotto in tribunale in mezzo a una folla ostile, protetto da un casco che gli ha prestato la polizia. Sono andato a vedere Iron Man 3 in 3D settimana scorsa, dove hanno speso decine di milioni in effetti speciali, e non aveva una singola scena così potente.

Strdel/Agence France-Presse — Getty Images

martedì 30 aprile 2013

I soldi di papà e mamma aiutano

Oltre a essere belli, alti e magri, un fattore che porta al successo è la ricchezza della propria famiglia. Gli illusi pensavano anni fa che stessimo entrando in un'epoca egualitaria dove il censo contava meno, e invece oggi conta di più. Questo grafico mostra la probabilità per un giovane di entrare in un college esclusivo negli Stati Uniti in funzione del reddito di papà e mamma. La linea rossa indica la probabilità di una matricola del 1982, la blu quella di una matricola del 2004.

Fonte: New York Times, "No Rich Child Left Behind".


Come vedete, nell'insieme i college esclusivi accettano più studenti, ma l'incremento è concentrato nella parte destra della distribuzione del reddito. Le famiglie meno ricche, sotto il quarantesimo percentile, non si schiodano dalle percentuali sotto il 4% che avevano nel 1984. Lo scarto fra le linee blu e rossa sorge intorno al cinquantesimo percentile e poi si allarga. Guardate per esempio il novantesimo percentile: se nel 1984 queste famiglie mandavano 10 figli su 100 nei college esclusivi, nel 2004 ne mandavano 15.

Aggiornamento (5 maggio 2013): una nuova ricerca mostra che i figli delle famiglie meno abbienti tendono a iscriversi a college di fascia più bassa anche quando sono studenti brillanti e potrebbero beneficiare di esenzioni nei college esclusivi.

lunedì 29 aprile 2013

Benetton dovrebbe spiegare meglio i suoi rapporti con i fornitori del Bangladesh

Il 24 aprile, giorno della carneficina di Dacca, Benetton pubblica un twit dove nega che suoi fornitori producessero nel palazzo.
"In reference to the tragic news on the collapse of the building in Bangladesh, Benetton Group wants to clarify that none of the companies involved are suppliers to Benetton Group or any of its brands" (link).
Il 27 aprile la AFP scatta fotografie a indumenti con l'etichetta Benetton emersi fra i detriti del palazzo di Dacca.


Il 29 aprile Benetton pubblica un altro twit dove nega che suoi fornitori producessero nel palazzo, tranne un'azienda da cui si era rifornita una volta in passato. Il testo suggerisce (ma non dice) che il fornitore era stato abbandonato perché violava gli standard sociali, lavorativi e ambientali di Benetton.
"Regarding the tragic accident in Dhaka, Bangladesh, we wish to confirm that none of the companies involved is a supplier to any of our brands. Further to this, a one-time order was completed and shipped out of one of the manufacturers involved several weeks prior to the accident. Since then, this subcontractor has been removed from our supplier list. A program of random audits take place on an ongoing basis throughout our global supply chain, to ensure that all direct and indirect suppliers comply with our long-standing social, labor and environmental standards" (link).
Può darsi che Benetton abbia rinunciato a questo fornitore e gli indumenti ritrovati siano scarti rimasti in qualche scatolone nel palazzo. Ma la presenza di Benetton a Dacca non è occasionale, visto che ha una filiale lì: serve a vendere oppure ad acquistare? A parte Dacca, Benetton si rifornisce da aziende del Bangladesh? Sarebbe interessante saperlo, visto che i salari delle vittime di Dacca (40 dollari al mese) sono tipici di tutto il Bangladesh e sospetto ci siano altre fabbriche in questo paese dove i lavoratori non hanno né sicurezza né diritti umani.
Proprio la scorsa settimana Alessandro Benetton faceva lo splendido nel programma televisivo della Bignardi, per presentare il suo ultimo libro. Ama rilasciare alla stampa questo genere di dichiarazioni:
"Il giubbotto Fay acquistato da un vigile del fuoco a Newport nell'84, la coperta di guanaco comprata in Argentina, le fibbia che indossava il barcaiolo in Messico, gli stivali usati comprati in Arizona, gli scarponcini presi a Boston nell'85. Frequento mercati e mercatini, annuso con curiosità le vite altrui. Sono per il consumismo al contrario: trovare cose uniche e belle che costino poco. A un'asta ho preso gli scarponi di Stenmark, la giacca di Thoeni me l'ha regalata il suo allenatore" (da il Venerdì di Repubblica).
Chissà se mentre riordina la coperta di guanaco e la giacca di Thoeni troverà il tempo di dichiarare cosa fa la sua azienda in Bangladesh.

Assumi un brutto?

Sempre sul Financial Times ("Don’t hate the successful just because they’re beautiful"), Lucy Kellaway passa in rassegna l'infinità di ricerche che provano che gli uomini hanno stipendi più alti e carriere migliori se:
  • sono alti
  • sono belli
  • hanno visi larghi
  • hanno voci profonde
  • sono magri
  • sono calvi
Per le donne è vantaggioso essere belle, bionde, magre e, di nuovo, avere una voce profonda.
Questi tratti sono indipendenti dall'abilità. La Kellaway ne deduce che, se siete un capo, dovreste assumere i brutti, i bassi, i grassi, i visi stretti e le voci stridule, che sono altrettanto capaci dei loro bei rivali ma vi costano meno, dato che sono abituati all'insuccesso e agli stipendi bassi.
Un paio di controindicazioni:
  • i brutti competenti potrebbero farvi perdere clienti, che a loro volta preferiscono trattare con i belli;
  • se siete un essere umano come tutti gli altri, anche voi ammirate gli alti, i magri, le voci profonde e le belle bionde snelle; fare a meno di loro peggiorerebbe la vostra vita.
La soluzione è collocare i brutti competenti in posizioni preziose ed oscure, dove non hanno rapporto con i clienti e se possibile con il resto dell'organizzazione. I belli li terrete per il marketing, per accompagnarvi nelle riunioni e per promuoverli nelle posizioni visibili. Più o meno ciò che accade già, se giudico dalla mia personale esperienza organizzativa.

L'Olanda riceve più investimenti diretti dall'estero che gli Stati Uniti, grazie all'elusione fiscale

Il Financial Times di oggi commenta i dati recenti OCSE sugli investimenti diretti dall'estero (FDI), che rivelano quanto è massiccia l'elusione fiscale internazionale:
"The OECD figures show the Netherlands attracted FDI of $3.5tn by the end of last year with stocks – the value of cumulative capital investment – of $3.5tn, though just $573bn ended up in the “real” Dutch economy.
The rest went to special purpose entities, the finance and holding companies often designed to help big businesses avoid tax.
Luxembourg booked $2.28tn in FDI but just $122bn entered the real economy.
[...] Together, according to the OECD, the Netherlands and Luxembourg reported $5.8tn in FDI last year against $5.4tn for the US ($3.1tn), UK ($1.3tn), and Germany ($980bn) combined. More than $5tn of the FDI stocks reported by the Netherlands and Luxembourg was associated with special purpose entities" (FT, "OECD figures shed light on tax haul").

giovedì 25 aprile 2013

Primark: profitti e fatturato in crescita, anche grazie al contributo dei 200 operai morti in Bangladesh

Primark, il fashion retailer inglese, ha annunciato due giorni fa una crescita del fatturato del 24% e del reddito operativo del 56% negli ultimi sei mesi (The Guardian, "Primark profits as it spurns internet"). Questo eccellente risultato è dovuto ai prezzi bassissimi di Primark, che riesce chissà come a vendere polo a 4 sterline, camicie a 7 sterline, bikini a 3 sterline e via dicendo, rivolgendosi al segmento crescente dei sudditi della regina con pochi soldi in tasca.
Oggi si è appreso che almeno 200 operai (in prevalenza donne e bambini) sono morti nel crollo dell'edificio di Dacca, in Bangladesh, che ospitava diversi produttori di abbigliamento destinato all'Occidente. Il palazzo aveva otto piani, tre dei quali erano stati aggiunti illegalmente ai cinque originari. Gli operai lavoravano per meno di quaranta dollari al mese. Primark, che si riforniva da uno di questi produttori (David Blair: "Bangladesh Disaster"), si è detta rattristata dalla notizia e ha affermato che in futuro si preoccuperà di più della solidità degli edifici dei suoi fornitori:
"The company is shocked and deeply saddened by this appalling incident at Savar, near Dhaka, and expresses its condolences to all of those involved.
Primark confirms that one of its suppliers occupied the second floor of the eight storey building, which housed several suppliers to the garment industry making clothing for a number of brands.
Primark has been engaged for several years with NGOs and other retailers to review the Bangladeshi industry’s approach to factory standards. Primark will push for this review to also include building integrity.
Meanwhile Primark’s ethical trade team is at this moment working to collect information, assess which communities the workers come from, and to provide support where possible" (link).

Roubini: l'Italia ha un terzo di probabilità di finire in bancarotta entro due o tre anni

Nouriel Roubini (al centro)
in un momento di relax
L'economista Nouriel Roubini (noto anche come "Dottor Doom") dice a La Stampa che Berlusconi potrebbe presto distruggere l'Italia.
«Attenzione, anche questo governo potrebbe non sopravvivere più di sei mesi o un anno, perchè sarà osteggiato sostanzialmente in ogni sua iniziativa seria da Silvio Berlusconi. Potrà fare qualche riforma istituzionale di facciata, ma dal momento che il Pd è spaccato, nel giro di sei mesi c’è il rischio che il Pdl stacchi la spina all’esecutivo. Berlusconi vincerebbe le elezioni a mani basse e chiederebbe le dimissioni di Napolitano raggiungendo il suo obiettivo di diventare Presidente. Un disastro, ma è lo scenario più probabile. [...] In caso di ritorno alle urne Grillo è destinato a perdere consensi e questo agevolerebbe ulteriormente il trionfo di Berlusconi e dei suoi piani. Questo porterà il Paese al baratro. In uno scenario del genere c’è un terzo di probabilità che, entro due o tre anni, l’Italia finisca in bancarotta» (La Stampa, via Giornalettismo).
Roubini come ha calcolato la probabilità della bancarotta? Con un modello econometrico? Immagino abbia usato la sua regola che se non credi che X accadrà, ma ti piacerebbe fare buona figura qualora X accadesse, devi dire "c'è una probabilità del 40% che X accada" (La teiera: "Impara a predire il futuro in due minuti"). Se poi è sceso a un terzo significa che ci crede proprio poco.

lunedì 22 aprile 2013

"Non solo chiedeva la mia opinione, ma ascoltava pure la mia risposta"

Detta stasera da un intelligentissimo collega che va in pensione, durante la cerimonia di commiato, parlando di un potentissimo collega più giovane.

"Mad men", "50 sfumature di grigio" e Britney Spears nel nuovo calcolo del PIL americano

Leggo sul Financial Times (link) che a partire da luglio il Bureau of Economic Analysis (l'Istat americano) adotterà un nuovo metodo contabile per il PIL. Questo metodo aggiungerà agli investimenti la ricerca e sviluppo (in precedenza era considerata un costo) e la spesa per la creazione di "originali artistici": film, musica, libri, serie televisive, testi teatrali, cartoline di auguri (sì) e gli stock commerciali di fotografie.
Il PIL americano risulterà più grande di circa il 3%, soprattutto grazie alla ricerca e sviluppo, che conterà per oltre il 2%. Il resto sarà diviso in parti uguali fra cinema, TV e gli altri originali artistici.
Anche l'Italia e l'Unione Europea adotterano questo metodo contabile a partire dal settembre del 2014: visto che siamo avari sia nella ricerca e sviluppo sia nella spesa in cultura il nostro PIL aumenterà meno che negli altri paesi. Per un miglioramento relativo del nostro PIL bisognerà forse aspettare un metodo contabile che includa anche il commercio di droga e i programmi TV sul calcio.

sabato 20 aprile 2013

Gli elenchi puntati hanno forza comunicativa

La Financial Conduct Authority (l'agenzia inglese per la tutela dei risparmiatori) ha fatto un esperimento sulle risposte di 200.000 clienti a una lettera che li informava che avevano diritto a un rimborso. Gli sperimentatori hanno spedito ai clienti che variavano nello stile e nella grafica, per capire quale formato fosse più efficace. La risposta del cliente consisteva nel telefonare al centro servizi che avrebbe avviato la procedura di rimborso. Alcuni dei risultati più interessanti:
  1. la lettera più efficace ha ottenuto tassi di risposta sette volte più alti della lettera meno efficace;
  2. aggiungere un "importante" in cima alla lettera non impressionava quasi nessuno;
  3. la soluzione con l'effetto più grande è stato un elenco puntato che diceva:
  • potresti avere diritto a un rimborso
  • nel caso telefona a questo numero
Il primo risultato è una bella notizia per lo scrivere bene (è faticoso ma è produttivo).
Il secondo conferma l'impotenza degli "al fuoco!" sentiti troppe volte.
Il terzo smentisce i nemici di Powerpoint che dicono che i bullet points uccidono la comunicazione (forse basta saperli usare).
Fonte: Tim Harford, "A brief lesson in letter-writing", Financial Times.

mercoledì 17 aprile 2013

La teiera su Roars

Gli amici di Roars hanno avuto la cortesia di ripubblicare la mia invettiva contro le nuove procedure dell'Anvur per la revisione dell'elenco delle riviste: link.
Mi si dice che l'Anvur legge Roars tutti i giorni, first thing in the morning.

martedì 16 aprile 2013

Sheryl Sandberg: le donne non fanno carriera perché non cercano di farla

Sheryl Sandberg, chief operating officer di Facebook, spiega perché poche donne fanno carriera: è colpa loro che non si fanno avanti, o di una cultura che le trattiene dal farsi avanti.
"By the time I got my job at Google, I was so happy to have employment that I was no longer afraid, I just wanted to start. I began with a team of 4 people and wound up with a team of 4,000. So for the first time, I really managed a large group of people. At every stage, the men were in my office, saying “I want the next job. We’re opening an office in India, I want to do it.” And the women, when I tried to talk them into taking on something new, said: “You really need a new role.” “I’m still learning.” “You really should think about doing something else.” “I’m not sure I’m qualified for that job.” Sentences I never heard from the men.
If you drill into the data, study after study shows exactly the same thing. Starting in junior high, if you ask boys and girls, “Do you want to lead? Lead your high-school class, lead your junior-high-school class, lead your club in college, lead the organization, team, or company you join as an adult?” More men than women want that. All the studies show this. And that’s how we get to a world where 14 percent of the top corporate jobs are held by women. We need to encourage women to lead, and we don’t do that." (McKinsey Quarterly, "Facebook’s Sheryl Sandberg: ‘No one can have it all’").

lunedì 15 aprile 2013

Fusione 3-Telecom Italia: puzza di bruciato

Da qualche giorno cerco di capire quali vantaggi avrebbe Telecom Italia a fondersi con 3. Vedo che anche Massimo Mucchetti, solitamente lucido e bene informato, fatica a capire.
Necessità di soldi freschi per l'indebitatissima Telecom Italia? Non ne arriveranno, i cinesi di 3 non vogliono metterci un euro.
Sinergie di costo? Probabilmente dopo la fusione potrebbero eliminare qualche ripetitore, poca roba.
Aumento della concentrazione del settore, con la speranza di alzare i prezzi della telefonia mobile? Ha senso, e forse ha ancora più senso farlo ora, mentre in Italia manca un governo forte che possa bloccare una fusione che mira a danneggiare i clienti. Ma, se mi metto dal punto di vista degli azionisti attuali di Telecom Italia, mi pare troppo poco per cedere la maggioranza ai cinesi di 3, che portano in dote un'azienda in perdita.
Quando i motivi palesi sembrano deboli ci sono spesso motivi segreti forti, quelli che mi interesserebbe scoprire.

martedì 9 aprile 2013

The Journal of the Academy of Hot Water: Le Pause Pranzo sono Più Riposanti se le Passi con Chi Vuoi Tu

Uno studio appena pubblicato dimostra che le pause pranzo riducono il senso di fatica a fine giornata, che l'effetto è maggiore se andate a pranzo con chi volete voi, ma l'effetto è alto in ogni caso se la pausa pranzo risulta rilassante. Gli autori concludono l'articolo con una discussione delle implicazioni pratiche.
Academy of Management Journal
LUNCH BREAKS UNPACKED: THE ROLE OF AUTONOMY AS A MODERATOR OF RECOVERY DURING LUNCH
John Trougakos, Ivona Hideg, Bonnie Cheng and Daniel Beal
Abstract: Work recovery research has focused mainly on how after-work break activities help employees replenish their resources and reduce fatigue. Given that employees spend a considerable amount of time at work, understanding how they can replenish their resources during the workday is critical. Drawing on Ego Depletion (Muraven & Baumeister, 2000) and Self-Determination Theory (Deci & Ryan, 1985), we employed multisource experience sampling methods to test the effects of a critical boundary condition, employee lunch break autonomy, on the relation between lunch break activities and end-of-workday fatigue. Although specific energy-relevant activities had main effects on end-of-workday fatigue, each of these effects was moderated by the degree of autonomous choice associated with the break. Specifically, for activities that supported the psychological needs of relatedness and competence (i.e., social and work activities, respectively), as lunch break autonomy increased, effects switched from increasing fatigue to reducing fatigue. To the extent that lunch break activities involved relaxation, however, lunch break autonomy was only important when levels of relaxation were low. We conclude that lunch break autonomy plays a complex and pivotal role in conferring the potential energetic benefits of lunch break activities. Contributions to theory and practice are discussed.

Abilitazione Scientifica Nazionale: l'Anvur riserva le richieste di revisione degli elenchi delle riviste a terzi ignari

Grumpy cat dubita della
buona fede dell'Anvur 
Qualche settimana fai mi lamentai dell'esclusione del Journal of Business Ethics dall'elenco delle riviste di Fascia A per l'Abilitazione Scientifica Nazionale (gruppi disciplinari 13/B1-B5, ossia economia aziendale e campi limitrofi). Dall'elenco mancano riviste ancora migliori, come il Journal of Applied Psychology, uno sbocco per i colleghi di Marketing o di Organizzazione aziendale.
Io e gli altri candidati che hanno pubblicato su queste riviste saremo svantaggiati nell'Abilitazione rispetto ai fortunati rivali che hanno pubblicato su Territorio e altre riviste minori entrate in Fascia A chissà come. L'elenco è opera delle menti superiori dell'Anvur.
Casi simili sono accaduti in altri gruppi disciplinari. Un plotone di docenti di Scienza delle Finanze (fra cui l'indimenticato ministro Vincenzo Visco) ha firmato una lettera aperta contro l'uso dell'elenco delle riviste di Fascia A nella valutazione dei candidati. Il plotone cita l’assenza dall’elenco di “molte riviste di alto valore scientifico” e la presenza inspiegabile di riviste oscure o periferiche:
"Aver pubblicato su Inzinerine Ekonomika o Social Science and Medicine garantisce di essere in fascia A. Aver pubblicato su Public Finance Review o su FinanzArchiv o su Economics of Governance o su Journal of Regulatory Economics invece no".
Per dare l'idea, Inzinerine Ekonomika è una rivista lituana che a quanto pare non ha un processo di peer-review anonima (pdf delle istruzioni per i manoscritti, dove si parla solo di un "giudizio di due esperti").
Bene, ho una notizia buona e tre notizie cattive.
Quella buona è che l'Anvur ha ascoltato questi gridi di dolore: fra pochi giorni "sarà resa disponibile la procedura per la richiesta di revisione dei giudizi sulle riviste ai fini della Abilitazione scientifica nazionale" (comunicato). La procedura sarà via web e chiederà ai ricorrenti di fornire le informazioni essenziali sulla rivista proposta, i suoi processi di pubblicazione e la sua diffusione.
La prima notizia cattiva è che la revisione si limita all'ingresso di nuove riviste. Nulla è detto della cancellazione di quelle vecchie. Si potrà chiedere di recuperare il Journal of Business Ethics ma non di espellere TerritorioInzinerine Ekonomika.
La seconda notizia cattiva è che la revisione varrà solo per l'Abilitazione dell'anno prossimo, cui i candidati potranno iscriversi fino al 30 ottobre 2013. Mi direte: era ormai tardi per modificare la lista di quest'anno. Vero. Ma sappiate che, a norma di legge, chi sarà bocciato all'Abilitazione in corso (perché poniamo non gli conteggiano un articolo sul Journal of Business Ethics) sarà escluso dalle Abilitazioni per due anni e non potrà beneficiare subito della revisione dell'elenco.
La terza notizia cattiva è che né io né gli altri candidati potremo chiedere la revisione della lista, perché la procedura è riservata ai "direttori delle riviste". Costoro "avranno 45 giorni di tempo dalla data di apertura della piattaforma per caricare le richieste di revisione".
Capite che più una rivista internazionale è prestigiosa, più il suo direttore è indaffarato e meno prende gusto alle grandi Abilitazioni Scientifiche Nazionali di un paese che finisce sulle copertine della stampa per via dei suoi clown. Io posso scrivere al direttore del Journal of Business Ethics pregandolo di aderire alla piattaforma dell'Anvur ma che succede se decide che non vuole immischiarsi nelle strane procedure ministeriali di un paese lontano?
Capite anche - e qui parlo a voi, menti superiori dell'Anvur - che c'è un principio giuridico che assegna ai portatori di interessi legittimi il potere di rivolgersi alla Pubblica Amministrazione perché agisca in modo conforme alle leggi. Ripeto, ai portatori di interessi legittimi. Consultate un manuale di diritto amministrativo o Wikipedia. In un'Abilitazione i portatori di interessi legittimi sono i candidati, non i direttori delle riviste. L'Anvur non può negare ai primi la facoltà di chiedere la revisione delle riviste e concederla ai secondi.
So che volete risparmiarvi lavoro, perché le richieste che giungeranno dalle riviste saranno molte meno di quelle che vi manderebbero i candidati. Ma così proteggerete i privilegiati che hanno scritto sulle intoccabili Territorio o Inzinerine Ekonomika, a scapito dei candidati che hanno scritto su riviste migliori e che ora costringete a implorare cittadini stranieri di aiutarli nei concorsi italiani. Grumpy cat, guardatelo, dubita della vostra buona fede.
E infine vi esporrete ai ricorsi dei candidati bocciati, che si avvarranno della nostra Costituzione:
"Art. 24. Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi".